Un piatto da Expo 2015: la Matuscia

San Nazzaro Val Cavargna. Piccolo paese incastonato tra le Prealpi lombarde e il Lago di Lugano, in provincia di Como. Lì ho trascorso i primi sei anni di vita. E ricordo, così nitidamente, quando mia nonna nelle serate d’inverno preparava la minestra. Io ne andavo pazza, volevo sempre finirla tutta, poi arrivata al secondo piatto mi arrendevo, piena come un uovo. Era squisita. Era natura.
Ma il meglio, lo sapevo, sarebbe venuto il giorno dopo. “Non si butta via niente, se sei capace di reinventare, tutto si può mangiare”, il motto preferito di mia nonna. E aveva ragione. La matuscia. Così semplice. Così facile. Così buona.

Minestra avanzata, farina, formaggio, forno. Finito. La semplicità che solo i paesini di montagna poveri e piccoli sanno creare.

Oggi, vivendo a Milano, di matusce non ne vedo più. O meglio, ne vedo, preconfezionate dall’aspetto inquietante, non le comprerei nemmeno sotto tortura. Perchè? Perchè quelle non sono matusce. Essenzialmente è andata persa la loro connotazione originaria, che era quella di essere un piatto preparato appositamente per utilizzare gli avanzi del pasto precedente. Perchè un tempo davvero non si buttava nulla. Un tempo, quando non esisteva lo spreco, l’abbondanza, l’eccesso, quando era tutto commisurato alla fatica quotidiana. Un tempo, quando le verdure avevano l’odore della terra, non dei pesticidi.

Quando si aveva l’orto, non l’Esselunga di turno. Quando non era così facile avere ogni giorno qualcosa da mangiare. Quando la terra era vita, dava vita e manteneva la vita. Quando si rispettava, si curava e se si era fatto un buon lavoro si veniva ripagati. Quando ciò che si mangiava era legato alla natura, al sole, all’aria. Quando l’uomo era tutt’uno con i luoghi in cui viveva. Questa è la vera matuscia. Un piatto contadino, povero, frugale, semplice. Che però ha in sé la saggezza dei nonni, la loro storia, la loro vita, il loro sudore e fatica, ma soprattutto il rispetto verso la terra.

Sarebbe un piatto perfetto per incarnare l’anima di Expo 2015: sostenibilità alimentare e culturale. Un piatto che racconta la storia della Val Cavargna, valle montana composta da tanti piccoli paesini come S. Nazzaro che abbracciano le prealpi, con paesaggi mozzafiato e storia millenaria di passaggi. La matuscia è nata qui. Terra di contadini, agricoltori e allevatori. Terra di pascoli e pinete. Terra difficile, impervia, aspra. Terra che produce ma che anche richiede sforzi e impegno.

Questa è la matuscia: un piatto che nasce per lenire e ripagare il sudore quotidiano. Un piatto che non consuma nulla. Un piatto che porta con sé dei valori che oggi troppo spesso vengono dimenticati. Un piatto che è Italia a suo modo, è una parte della nostra così variegata e sterminata cultura alimentare. Un piatto che unisce creatività, bisogno e intelligenza. Un piatto sano, semplice, veloce. Un piatto che rimane fedele alla terra. Un piatto che può rappresentarci, che può essere uno dei tanti simboli di questo E015.

Articolo di Ludovica Mazza

Login utente
Chi è online
Ci sono attualmente 0 utenti e 1 visitatore collegati.
Archivio Articoli
Nuovi utenti
  • GabbarSingh
  • Giada Butti
  • LUCA79
  • Alice Rho
Commenti