Carissimi amici della Valle, oggi abbiamo il piacere di presentarvi una piacevolissima lettura, una lettera scritta per gli alunni della quinta elementare di San Bartolomeo nell'anno scolastico 1972-1973. L'autore è il maestro Egidio Santini che ha iniziato la sua carriera lavorativa proprio nella nostra Valle 42 anni fa. Il "Milanes" che arrivava in una Valle sperduta tra i monti, ma che non avrebbe mai più dimenticato.
Buona lettura.

Milano 1 settembre 2014

ALLE EX ALUNNE E AGLI EX ALUNNI DELLA QUINTA ELEMENTARE DI SAN BARTOLOMEO VAL CAVARGNA NELL’ANNO SCOLASTICO 1972-1973

Carissime e carissimi,
Proprio in questo periodo, i primi giorni di settembre di 42 anni fa, ho dovuto scegliere la sede per il mio primo incarico da insegnante elementare in prova e mi è toccato San Bartolomeo,un paese che non avevo mai sentito nominare e che non sapevo bene nemmeno dove si trovasse. Il mio primo impatto con la vostra valle è legato a due episodi piuttosto inquietanti, due ricordi che ho così intitolato: “viaggio surreale” e .”passeggiata notturna con cadavere”.
Il viaggio di cui parlo è quello che mi ha portato per la prima volta in Val Cavargna ed è avvenuto una nebbiosa mattina di settembre del 1972. Il mezzo di trasporto era un pullman in partenza da Porlezza. Il pullman era di un modello risalente all’immediato dopoguerra,di quelli che si possono ancora vedere nei vecchi film di Vittorio De Sica; l’autista era perfettamente in tono con il suo veicolo: un uomo col viso scavato, un’espressione indecifrabile e i capelli impomatati. Numero di passeggeri: 1, cioè il sottoscritto. Il mezzo ha cominciato a salire facendo un rumore assordante, attraverso i finestrini e attraverso la fitta coltre di nebbia ogni tanto riuscivo a intravvedere qualche precipizio e qualche parete rocciosa. Non vi nascondo che sono stato assalito dal panico e ho temuto di essere stato trasportato in un’altra dimensione spazio-temporale. Poi qualche raggio di sole ha bucato la cortina di nebbia mostrandomi le prime case di San Bartolomeo e ponendo fine all’incubo. Ho trovato alloggio all’Albergo delle Alpi di San Nazzaro.Non posso non ricordare con riconoscenza il gestore di quest’albergo, quel sant’uomo del signor Mazza il quale, certamente mosso da un sentimento di cristiana misericordia, mi ha ospitato, nutrito e sopportato per quasi un anno presentandomi alla fine di ogni mese un conto opportunamente calmierato, reso cioè compatibile con il mio stipendio da morto di fame. Pochissimi giorni dopo il mio arrivo, una sera dopo cena, entra in albergo qualcuno e segnala che c’è una persona sdraiata sulla strada lì vicino, probabilmente caduta dal muretto sovrastante. Assieme a qualche altro avventore esco in strada e vedo un uomo piuttosto anziano a terra sanguinante che mi è sembrato svenuto. Gli infiliamo da sotto una coperta, lo solleviamo e ci incamminiamo lungo un ripido sentiero, guidati da qualcuno che aveva nel frattempo identificato la persona, verso la sua abitazione. Abitazione che si trovava in cima a un’interminabile salita percorsa nel buio più totale. Arrivati nei pressi della casa, siamo stati raggiunti dal parroco del paese che, dimostrando un occhio clinico migliore del nostro, data una rapida occhiata al poveretto, ha sentenziato:”Quest’uomo è morto!”.
A queste due esperienze devo aggiungere altri elementi non proprio incoraggianti e fra questi al primo posto c’era senz’altro la difficoltà di comunicazione. Le cause di tale difficoltà erano due: il vostro dialetto, che io facevo fatica a capire e la mancanza di interlocutori. Si parlava solo il dialetto e i paesi della valle si svuotavano alle prime luci dell’alba perché gli abitanti andavano a lavorare a Lugano. Era dunque difficile trovare qualcuno con cui parlare e, anche quando riuscivo a trovarlo, era difficile capire quello che diceva. Notavo anche un’evidente diffidenza verso un “forestiero” quale io ero e una mentalità e uno stile di vita molto diversi dal mio.
In questa difficile circostanza il miglior aiuto l’ho avuto proprio da voi. Non so quanto io sia riuscito ad insegnarvi la lingua e la grammatica italiana ma di sicuro voi siete stati bravissimi ad insegnare a me il vostro dialetto; in poche settimane sono diventato capace, se non di parlarlo, certamente di comprenderlo alla perfezione. Riuscivo perfino di distinguere la parlata dei sannazzaresi da quella di voi bortolini che avevate un’inflessione simile a quella del dialetto veneto. Sapevo che oltre al dialetto era diffuso tra i paesani anche uno “slang”, una parlata utile ai contrabbandieri per comunicare tra di loro senza farsi capire dalle guardie di finanza; quest’ultimo elemento non ho avuto però modo di approfondirlo. Stando con voi ho cominciato a capire (e ancor meglio l’ho capito con l’esperienza negli anni successivi) che i bambini sono una fonte preziosa e inesauribile di informazioni sull’ambiente in cui vivono.
Ho imparato da voi a conoscere la cultura della montagna, le vostre abitudini e quelle delle vostre famiglie, i vostri gusti alimentari e le tradizioni del luogo. Un’usanza curiosa era quella di festeggiare la fine di gennaio e quindi la fine della parte più dura dell’inverno per la vita dei montanari. La mattina del primo di febbraio voi bambini facevate il giro del paese suonando i campanacci e gridando (traduco dal dialetto):”Fuori gennaio dentro febbraio”. E così, a poco a poco ho cominciato a familiarizzare con l’ambiente, ad apprezzare la bellezza selvaggia delle vostre montagne, a gustare le vostre specialità gastronomiche: luganega, funghi, polenta (nelle sue tre varianti, liscia, “voncia” e “negra”). Ricordo il percorso a piedi dall’albergo alla scuola su un sentiero di foglie e il tonfo prodotto dai ricci dei castagni che ogni tanto piovevano dall’alto; Ricordo anche che trovavo piacevole addormentarmi cullato dal mormorio incessante del torrente Cuccio.
Insomma dopo lo sgomento iniziale ho cominciato ad affezionarmi al luogo e ancora oggi mi ritrovo a ricordare quell’esperienza con nostalgia Quando sono entrato per la prima volta in classe e ho aperto il registro sono rimasto sorpreso notando che voi eravate una ventina ma i vostri cognomi si contavano sulle dita di una mano. Non mi è mai più accaduto di avere una classe così omogenea ma allora non ero in grado di apprezzare una simile fortuna. Pensate che qui a Milano nel 2006, l’ultimo anno di lavoro prima della pensione, avevo una classe in cui gli italiani erano meno della metà e provenivano dalle più svariate regioni mentre gli stranieri a loro volta erano ripartiti in egual misura per origine tra Asia, Africa, Sudamerica ed Europa dell’Est. Ricordo anche che voi eravate dei bambini molto inquadrati e responsabilizzati nelle faccende domestiche e nella cura degli animali. Qualcuno di voi aveva sul viso il colorito tipico di chi trascorre l’intera estate negli alpeggi in alta quota.
Il mio modo di lavorare con voi è stato quello tipico del dilettante allo sbaraglio e, dovendo darmi un voto, mi assegnerei senza esitazione una grave insufficienza. A parte le ingenuità e gli errori dovuti a inesperienza, la cosa più grave da parte mia è stata quella di cercare materiale e spunti per la mia attività su un manuale e su delle riviste per insegnanti e di essere talmente cieco da non vedere e non utilizzare la grandissima quantità di argomenti che voi stessi e il vostro ambiente mi stavate offrendo. Uniche scusanti potrebbero essere forse la buona fede e la buona volontà. Già prima della fine dell’anno scolastico io e tutti i colleghi e le colleghe avevamo pronta la domanda di trasferimento verso sedi più agevoli. Sapevo che da voi questa era una cosa normale, ogni anno un ricambio totale:tutti gli insegnanti se ne andavano per lasciare il posto ai novellini o a quelli più indietro nella graduatoria.
Pensavo già allora, e lo penso ancora di più oggi, a quanto fosse ingiusto nei vostri confronti che una categoria di educatori imparasse il mestiere praticamente a spese vostre. Ritengo che avreste diritto a qualche forma di risarcimento almeno morale. Spero tanto che dopo la mia partenza si sia a poco a poco formato un corpo di insegnanti originari del vostro stesso paese, capaci di garantire la continuità educativa e il giusto rispetto della cultura locale. Per quanto mi riguarda non posso far altro che chiedervi di perdonarmi, se potete. Dovevo dopo tanti anni togliermi questo peso ed è solo per questo che vi ho scritto .Non sono sicuro che voi vi ricordiate di me e certamente vi sembrerà strano che io mi faccia vivo solo ora, dopo che il mio lavoro nella scuola è finito. La verità è che a un certo punto della vita ci si guarda indietro , si comincia a fare i conti col proprio passato e ci si chiede che fine avranno fatto le persone incontrate. Se perciò qualcuno di voi avesse piacere di farsi vivo e di raccontarmi cosa ha combinato nella vita non potrà che fare una cosa a me gradita. Un caro saluto e un abbraccio da parte di un “forestiero”che ha condiviso con voi un pezzettino del vostro spazio e delle vostre vite diventando con ciò un po’ meno forestiero.

Egidio Santini

Per chi volesse contattarlo: e.santini@hotmail.it

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