Sabato 26 Luglio 2014 a San Bartolomeo Val Cavargna si terrà la XVII Mostra Mercato dell'Artigianato.

Disponibile il programma della giornata.

Durante la Mostra si proclameranno i vincitori della lotteria. Ecco a voi gli ambiti PREMI.

Nel Week-End del 24 Agosto, in occasione della Festa Patronale di San Bartolomeo, si terrà il 3^ Festival delle Meraviglie. A partire dal 22 fino al 25 Agosto ci aspetta un fine settimana ricco di appuntamenti, quindi se non volete perdervi proprio nulla vi consigliamo di consultare il folto Programma.

Ah!! Non dimenticatevi che il Week-End successivo si ritorna a festeggiare con "Il Dopo Festival".

E' oramai una consuetudine per la Pro Loco Turistica di San Bartolomeo cercare di portare sul palco locale qualche band dal sound energico in occasione della serata conclusiva dell'ormai celeberrimo torneo di calcio "Città di San Bartolomeo".Ma quest'anno si può dire apertamente che i nostri amici della Pro Loco hanno osato davvero tanto...Cosi dopo i vari tributi a Vasco Rossi e Ligabue nella serata del 5 Luglio a calcare il palco sarà una band davvero eccezionale! I mitici "Rock School"!!! Questa band farà provare brividi di vera emozione presentando uno show coinvolgentissimo che prende spunto dal celebre film "School of Rock". Ci faranno tornare sui banchi di scuola per seguire una lezione tanto bizzarra quanto entusiasmante: "IL ROCK N'ROLL"!!! Quindi siete pronti a tornare a scuola?? A "SCUOLA DI ROCK"!?!?!?

Rock School

Rock School

Ovvio, qualcuno potrebbe storcere un pò il naso: "l'è pena rumor quela roba li!", per dirla alla "Cavargnona". Nessun Problema, sarà una serata adatta a tutti, partendo dai "giovani irruenti virgulti" in cerca di emozioni e sonorità forti, fino ad arrivare ai "vecchi nostalgici rocker dalla faccia di gomma" che, forse, risentendo alcuni cavalli di battaglia della propria gioventù potrebbero rispolverare la verve di un tempo, tornando a scatenarsi sotto il palco! Chi lo sa? Ne vedremo delle belle!!!

L’unica cosa sicura è che sarà una serata davvero da non farsi scappare!!!!

Invitandovi a questa bella festa e non solo a questa ma anche a tutti gli eventi estivi in programma da calendario vi presentiamo i “Rock School”!!!

Rock School

Rock School
Una band che presenta in cinque capitoli i cinquant'anni di quel genere musicale di cui nel 1955 si diceva: "...morirà entro fine giugno". Quelli della rivista "Variety" parlavano del ROCK & ROLL!! Invece fu Storia: da Elvis ai Black Sabbath, dai Pink Floyd ai Nirvana per arrivare fino ai giorni nostri con i System of a Down, giusto per dirne alcuni... Mezzo secolo di musica rock, nella nostra memoria, nelle nostre emozioni,...e nel nostro nuovo show! Immaginate di tornare sui banchi di scuola e di vedere sulle pareti non le solite cartine geografiche ma i poster dei miti del rock...sulla lavagna non operazioni ed equazioni, bensì l'albero genealogico del rock...sul vostro banco non carta e penna, ma una birra fresca...nella vostra classe non silenzio assoluto, bensì urla di rock&roll obbligatorie! Immaginate di avere come compagni di classe solo dei grandi casinisti come: "Tank Palamara" alla chitarra, "Fabrizio Uccellini" alla batteria, "Marcello Suzzani" al basso... e alle tastiere "Antonio Scavuzzo" in arte "Perkins"! E poi immaginate di avere come maestro un cantante pazzo, un Jack Black all'italiana: "Andrea Dal Santo", più conosciuto come "Mitzi"! Iscrivetevi alla "ROCK SCHOOL"! LA SCUOLA CHE AVETE SEMPRE SOGNATO!!! L'assistente del nostro istituto "Luigi Dal Santo" accoglierà con vero piacere la vostra richiesta!

Info www.facebook.com/rockschoolband





Segnaliamo per tutti gli amanti della montagna il progetto Greenway Lugano realizzato dal laboratorio webatelier.net dell'Università della Svizzera italiana in collaborazione con il Rotary Club Lugano e la Città di Lugano.
Il progetto Greenway Lugano sfrutta le potenzialità della realtà aumentata, fornendo una guida interattiva dei sentieri di montagna e i relativi punti di interesse che circondano il lago di Lugano.

Per chi fosse interessato segnaliamo quindi il link che potete trovare anche nella nostra sezione Links Utili:

www.greenwaylugano.ch

Logo Comunità Solidale

È una nuova realtà quella nata in Val Cavargna. Una realtà voluta da un gruppo di valligiani che, armati di volontà e determinazione, ha dato vita alla “Cooperativa il Cuccio - comunità solidale”. Quella che all’inizio era solo un’idea, ha visto la sua legittimazione lo scorso 19 Marzo con atto notarile. La Cooperativa il Cuccio è affiliata a LegaCoop e aderisce al nuovo progetto “Cooperative di Comunità”. Essa è totalmente senza finalità di lucro e propone l’adesione di diversi tipi di soggetti: persone fisiche e giuridiche. Il nome è stato scelto come segnale di unione: il Cuccio è infatti il fiume che unisce fisicamente tutti i paesi della Valle.

L’idea nasce a seguito delle ben note problematiche legate ai progetti di unione e fusione che per diversi mesi sono stati protagonisti in Val Cavargna. Sfruttando lo spirito cooperativistico già presente negli anni precedenti in Valle, è nato il progetto di una Cooperativa il cui scopo è rendere i cittadini i veri protagonisti nella gestione dei servizi e nella valorizzazione del territorio. Con questo s’intende riappropriarsi del concetto di “res publica”, facendo in modo che lo stesso cittadino s’interessi ai capitali e ai beni che la Valle possiede: ricchezze paesaggistiche, culturali, gastronomiche ma soprattutto il capitale umano. La risorsa principale è infatti la gente che ha scelto di continuare a vivere e ad investire nella nostra Valle.

In un periodo storico in cui è diventato impensabile fare affidamento sul sostegno economico esterno, deve arrivare il momento in cui il cittadino smetta di chiedersi cosa il proprio paese può fare per lui, ma cosa lui stesso può fare per il proprio paese. Con questo è chiesto l’importante passo di uscire dall’individualismo che ha caratterizzato gli ultimi decenni e rendersi disponibili e utili per la propria comunità.

Ma quali sono concretamente gli obiettivi e le finalità della Cooperativa il Cuccio? L’idea è innanzitutto di valorizzare il territorio sensibilizzando e coinvolgendo la popolazione attraverso forme di volontariato comunale e, successivamente, di creare visibilità facendo conoscere la Valle portando turisti e visitatori.

Per quanto riguarda le forme di volontariato, la Cooperativa si propone di fare da organo coordinatore per necessità concrete. Quante volte ci siamo trovati davanti a sentieri abbandonati, a strade sconnesse, a sporcizia nei boschi, a strutture fatiscenti? Ebbene, quello che chiede la Cooperativa non è solo un contributo economico, ma ore di lavoro e di tempo da dedicare al bene comune e alla nostra comunità. La finalità reale della Cooperativa è quindi la valorizzazione, la salvaguardia e la tutela del bene comune, ad opera della popolazione stessa.

Ulteriore obiettivo della Cooperativa è creare visibilità esterna portando le peculiarità della Valle al di fuori dei propri confini e fare da richiamo per i turisti che desiderano conoscere le nostre ricchezze. Quante volte la nostra Valle non è nemmeno menzionata nelle attività turistiche degli enti territoriali? Ebbene, la Cooperativa ha già creato una rete di contatti con gli organi di promozione turistica già presenti nella zona lariana. Ma come realizzare tutto questo? Uno dei più grandi capitali esistenti in Valle sono le case secondarie disabitate. La Cooperativa si propone di fare da tramite tra i proprietari e i turisti. Anche il gesto di riempire le case vuote assume un significato particolare, se visto come volontà di ridare vita al paese. Secondariamente, sfruttando le ulteriori ricchezze della Valle, la Cooperativa ha già programmato diversi tipi di giornate tematiche: visita al museo, passeggiata tra i paesi e passeggiate sulle montagne.

È importante capire che non si vuole mostrare la Valle come una cartolina turistica, ma si vuole piuttosto mostrare il processo storico e culturale che l’ha costituita e che ha determinato una realtà tanto diversa da quelle che la circondano. Il turismo in Valle non sarà quindi fine a se stesso ma andrà a generare lavoro per le imprese e benessere per l’intera comunità. Per questo motivo è richiesta la partecipazione di tutti affinché il nostro impegno, non solo richiami il turismo il Valle, ma renda i nostri paesi più accoglienti e vivibili innanzitutto per noi abitanti. Saremo quindi noi stessi i primi fruitori di questo impegno comunitario.

Con questa iniziativa dobbiamo diventare un segnale concreto per le realtà simili alla nostra. Dobbiamo fare in modo che la nostra Valle, spesso bistrattata, divenga un esempio concreto per tante altre comunità.

Articolo realizzato da Bugna Chiara

La mostra mercato è uno degli avvenimenti più caratteristici della nostra Valle, tanto che oramai è giunta alla XVII Edizione. Quest'anno gli organizzatori hanno deciso di mettere alla prova le nostre doti di fotografi amatori con un nuovo Concorso Fotografico che ha per tema "Le quattro stagioni in Val Cavargna".

Qui il REGOLAMENTO completo di tutte le istruzioni per chi volesse partecipare.

Cominciate quindi a spolverare le vostre macchine fotografiche, avete ancora qualche mese per poter immortalare il soggetto che vi permetterà di vincere il primo premio!

Un piatto da Expo 2015: la Matuscia

San Nazzaro Val Cavargna. Piccolo paese incastonato tra le Prealpi lombarde e il Lago di Lugano, in provincia di Como. Lì ho trascorso i primi sei anni di vita. E ricordo, così nitidamente, quando mia nonna nelle serate d’inverno preparava la minestra. Io ne andavo pazza, volevo sempre finirla tutta, poi arrivata al secondo piatto mi arrendevo, piena come un uovo. Era squisita. Era natura.
Ma il meglio, lo sapevo, sarebbe venuto il giorno dopo. “Non si butta via niente, se sei capace di reinventare, tutto si può mangiare”, il motto preferito di mia nonna. E aveva ragione. La matuscia. Così semplice. Così facile. Così buona.

Minestra avanzata, farina, formaggio, forno. Finito. La semplicità che solo i paesini di montagna poveri e piccoli sanno creare.

Oggi, vivendo a Milano, di matusce non ne vedo più. O meglio, ne vedo, preconfezionate dall’aspetto inquietante, non le comprerei nemmeno sotto tortura. Perchè? Perchè quelle non sono matusce. Essenzialmente è andata persa la loro connotazione originaria, che era quella di essere un piatto preparato appositamente per utilizzare gli avanzi del pasto precedente. Perchè un tempo davvero non si buttava nulla. Un tempo, quando non esisteva lo spreco, l’abbondanza, l’eccesso, quando era tutto commisurato alla fatica quotidiana. Un tempo, quando le verdure avevano l’odore della terra, non dei pesticidi.

Quando si aveva l’orto, non l’Esselunga di turno. Quando non era così facile avere ogni giorno qualcosa da mangiare. Quando la terra era vita, dava vita e manteneva la vita. Quando si rispettava, si curava e se si era fatto un buon lavoro si veniva ripagati. Quando ciò che si mangiava era legato alla natura, al sole, all’aria. Quando l’uomo era tutt’uno con i luoghi in cui viveva. Questa è la vera matuscia. Un piatto contadino, povero, frugale, semplice. Che però ha in sé la saggezza dei nonni, la loro storia, la loro vita, il loro sudore e fatica, ma soprattutto il rispetto verso la terra.

Sarebbe un piatto perfetto per incarnare l’anima di Expo 2015: sostenibilità alimentare e culturale. Un piatto che racconta la storia della Val Cavargna, valle montana composta da tanti piccoli paesini come S. Nazzaro che abbracciano le prealpi, con paesaggi mozzafiato e storia millenaria di passaggi. La matuscia è nata qui. Terra di contadini, agricoltori e allevatori. Terra di pascoli e pinete. Terra difficile, impervia, aspra. Terra che produce ma che anche richiede sforzi e impegno.

Questa è la matuscia: un piatto che nasce per lenire e ripagare il sudore quotidiano. Un piatto che non consuma nulla. Un piatto che porta con sé dei valori che oggi troppo spesso vengono dimenticati. Un piatto che è Italia a suo modo, è una parte della nostra così variegata e sterminata cultura alimentare. Un piatto che unisce creatività, bisogno e intelligenza. Un piatto sano, semplice, veloce. Un piatto che rimane fedele alla terra. Un piatto che può rappresentarci, che può essere uno dei tanti simboli di questo E015.

Articolo di Ludovica Mazza

Tra le risorse che offre la nostra Valle sicuramente c'è lo sci d'alpinismo. Uno sport difficile, duro e pericoloso che deve essere praticato da gente esperta e che conosce la montagna. Allo stesso tempo lo sci d'alpinismo regala a chi lo pratica emozioni forti e paesaggi incantati fatti di soffici manti nevosi che ricoprono le montagne, come in questo video realizzato dal gruppo "Montagnavera Scialpinismo - Skitouren - Skialp" sul Monte Lungo, altezza 2037m.
Gustatevi quindi queste meravigliose immagini e l'emozione della funambolica discesa.

Carissimi amici della Valle, oggi abbiamo il piacere di presentarvi una piacevolissima lettura, una lettera scritta per gli alunni della quinta elementare di San Bartolomeo nell'anno scolastico 1972-1973. L'autore è il maestro Egidio Santini che ha iniziato la sua carriera lavorativa proprio nella nostra Valle 42 anni fa. Il "Milanes" che arrivava in una Valle sperduta tra i monti, ma che non avrebbe mai più dimenticato.
Buona lettura.

Milano 1 settembre 2014

ALLE EX ALUNNE E AGLI EX ALUNNI DELLA QUINTA ELEMENTARE DI SAN BARTOLOMEO VAL CAVARGNA NELL’ANNO SCOLASTICO 1972-1973

Carissime e carissimi,
Proprio in questo periodo, i primi giorni di settembre di 42 anni fa, ho dovuto scegliere la sede per il mio primo incarico da insegnante elementare in prova e mi è toccato San Bartolomeo,un paese che non avevo mai sentito nominare e che non sapevo bene nemmeno dove si trovasse. Il mio primo impatto con la vostra valle è legato a due episodi piuttosto inquietanti, due ricordi che ho così intitolato: “viaggio surreale” e .”passeggiata notturna con cadavere”.
Il viaggio di cui parlo è quello che mi ha portato per la prima volta in Val Cavargna ed è avvenuto una nebbiosa mattina di settembre del 1972. Il mezzo di trasporto era un pullman in partenza da Porlezza. Il pullman era di un modello risalente all’immediato dopoguerra,di quelli che si possono ancora vedere nei vecchi film di Vittorio De Sica; l’autista era perfettamente in tono con il suo veicolo: un uomo col viso scavato, un’espressione indecifrabile e i capelli impomatati. Numero di passeggeri: 1, cioè il sottoscritto. Il mezzo ha cominciato a salire facendo un rumore assordante, attraverso i finestrini e attraverso la fitta coltre di nebbia ogni tanto riuscivo a intravvedere qualche precipizio e qualche parete rocciosa. Non vi nascondo che sono stato assalito dal panico e ho temuto di essere stato trasportato in un’altra dimensione spazio-temporale. Poi qualche raggio di sole ha bucato la cortina di nebbia mostrandomi le prime case di San Bartolomeo e ponendo fine all’incubo. Ho trovato alloggio all’Albergo delle Alpi di San Nazzaro.Non posso non ricordare con riconoscenza il gestore di quest’albergo, quel sant’uomo del signor Mazza il quale, certamente mosso da un sentimento di cristiana misericordia, mi ha ospitato, nutrito e sopportato per quasi un anno presentandomi alla fine di ogni mese un conto opportunamente calmierato, reso cioè compatibile con il mio stipendio da morto di fame. Pochissimi giorni dopo il mio arrivo, una sera dopo cena, entra in albergo qualcuno e segnala che c’è una persona sdraiata sulla strada lì vicino, probabilmente caduta dal muretto sovrastante. Assieme a qualche altro avventore esco in strada e vedo un uomo piuttosto anziano a terra sanguinante che mi è sembrato svenuto. Gli infiliamo da sotto una coperta, lo solleviamo e ci incamminiamo lungo un ripido sentiero, guidati da qualcuno che aveva nel frattempo identificato la persona, verso la sua abitazione. Abitazione che si trovava in cima a un’interminabile salita percorsa nel buio più totale. Arrivati nei pressi della casa, siamo stati raggiunti dal parroco del paese che, dimostrando un occhio clinico migliore del nostro, data una rapida occhiata al poveretto, ha sentenziato:”Quest’uomo è morto!”.
A queste due esperienze devo aggiungere altri elementi non proprio incoraggianti e fra questi al primo posto c’era senz’altro la difficoltà di comunicazione. Le cause di tale difficoltà erano due: il vostro dialetto, che io facevo fatica a capire e la mancanza di interlocutori. Si parlava solo il dialetto e i paesi della valle si svuotavano alle prime luci dell’alba perché gli abitanti andavano a lavorare a Lugano. Era dunque difficile trovare qualcuno con cui parlare e, anche quando riuscivo a trovarlo, era difficile capire quello che diceva. Notavo anche un’evidente diffidenza verso un “forestiero” quale io ero e una mentalità e uno stile di vita molto diversi dal mio.
In questa difficile circostanza il miglior aiuto l’ho avuto proprio da voi. Non so quanto io sia riuscito ad insegnarvi la lingua e la grammatica italiana ma di sicuro voi siete stati bravissimi ad insegnare a me il vostro dialetto; in poche settimane sono diventato capace, se non di parlarlo, certamente di comprenderlo alla perfezione. Riuscivo perfino di distinguere la parlata dei sannazzaresi da quella di voi bortolini che avevate un’inflessione simile a quella del dialetto veneto. Sapevo che oltre al dialetto era diffuso tra i paesani anche uno “slang”, una parlata utile ai contrabbandieri per comunicare tra di loro senza farsi capire dalle guardie di finanza; quest’ultimo elemento non ho avuto però modo di approfondirlo. Stando con voi ho cominciato a capire (e ancor meglio l’ho capito con l’esperienza negli anni successivi) che i bambini sono una fonte preziosa e inesauribile di informazioni sull’ambiente in cui vivono.
Ho imparato da voi a conoscere la cultura della montagna, le vostre abitudini e quelle delle vostre famiglie, i vostri gusti alimentari e le tradizioni del luogo. Un’usanza curiosa era quella di festeggiare la fine di gennaio e quindi la fine della parte più dura dell’inverno per la vita dei montanari. La mattina del primo di febbraio voi bambini facevate il giro del paese suonando i campanacci e gridando (traduco dal dialetto):”Fuori gennaio dentro febbraio”. E così, a poco a poco ho cominciato a familiarizzare con l’ambiente, ad apprezzare la bellezza selvaggia delle vostre montagne, a gustare le vostre specialità gastronomiche: luganega, funghi, polenta (nelle sue tre varianti, liscia, “voncia” e “negra”). Ricordo il percorso a piedi dall’albergo alla scuola su un sentiero di foglie e il tonfo prodotto dai ricci dei castagni che ogni tanto piovevano dall’alto; Ricordo anche che trovavo piacevole addormentarmi cullato dal mormorio incessante del torrente Cuccio.
Insomma dopo lo sgomento iniziale ho cominciato ad affezionarmi al luogo e ancora oggi mi ritrovo a ricordare quell’esperienza con nostalgia Quando sono entrato per la prima volta in classe e ho aperto il registro sono rimasto sorpreso notando che voi eravate una ventina ma i vostri cognomi si contavano sulle dita di una mano. Non mi è mai più accaduto di avere una classe così omogenea ma allora non ero in grado di apprezzare una simile fortuna. Pensate che qui a Milano nel 2006, l’ultimo anno di lavoro prima della pensione, avevo una classe in cui gli italiani erano meno della metà e provenivano dalle più svariate regioni mentre gli stranieri a loro volta erano ripartiti in egual misura per origine tra Asia, Africa, Sudamerica ed Europa dell’Est. Ricordo anche che voi eravate dei bambini molto inquadrati e responsabilizzati nelle faccende domestiche e nella cura degli animali. Qualcuno di voi aveva sul viso il colorito tipico di chi trascorre l’intera estate negli alpeggi in alta quota.
Il mio modo di lavorare con voi è stato quello tipico del dilettante allo sbaraglio e, dovendo darmi un voto, mi assegnerei senza esitazione una grave insufficienza. A parte le ingenuità e gli errori dovuti a inesperienza, la cosa più grave da parte mia è stata quella di cercare materiale e spunti per la mia attività su un manuale e su delle riviste per insegnanti e di essere talmente cieco da non vedere e non utilizzare la grandissima quantità di argomenti che voi stessi e il vostro ambiente mi stavate offrendo. Uniche scusanti potrebbero essere forse la buona fede e la buona volontà. Già prima della fine dell’anno scolastico io e tutti i colleghi e le colleghe avevamo pronta la domanda di trasferimento verso sedi più agevoli. Sapevo che da voi questa era una cosa normale, ogni anno un ricambio totale:tutti gli insegnanti se ne andavano per lasciare il posto ai novellini o a quelli più indietro nella graduatoria.
Pensavo già allora, e lo penso ancora di più oggi, a quanto fosse ingiusto nei vostri confronti che una categoria di educatori imparasse il mestiere praticamente a spese vostre. Ritengo che avreste diritto a qualche forma di risarcimento almeno morale. Spero tanto che dopo la mia partenza si sia a poco a poco formato un corpo di insegnanti originari del vostro stesso paese, capaci di garantire la continuità educativa e il giusto rispetto della cultura locale. Per quanto mi riguarda non posso far altro che chiedervi di perdonarmi, se potete. Dovevo dopo tanti anni togliermi questo peso ed è solo per questo che vi ho scritto .Non sono sicuro che voi vi ricordiate di me e certamente vi sembrerà strano che io mi faccia vivo solo ora, dopo che il mio lavoro nella scuola è finito. La verità è che a un certo punto della vita ci si guarda indietro , si comincia a fare i conti col proprio passato e ci si chiede che fine avranno fatto le persone incontrate. Se perciò qualcuno di voi avesse piacere di farsi vivo e di raccontarmi cosa ha combinato nella vita non potrà che fare una cosa a me gradita. Un caro saluto e un abbraccio da parte di un “forestiero”che ha condiviso con voi un pezzettino del vostro spazio e delle vostre vite diventando con ciò un po’ meno forestiero.

Egidio Santini

Per chi volesse contattarlo: e.santini@hotmail.it

Oppure su Facebook

Diaciamolo pure, oramai si sapeva che il nostro era diventato un "Presepe Famoso". Ma ve lo sareste mai aspettato di vederlo in TV? No, non stiamo parlando dei DVD che vengono prodotti ogni anno con il meglio del Presepe, ma della trasmissione Angoli che va in onda su Espansione TV. Ed è proprio li che i due illustri rappresentanti ed organizzatori del Presepe Vivente di Sora, Lorenzo Curti e Gloria Mancassola, sono stati intervistati ed hanno potuto sponsorizzare la nostra stupenda manifestazione.
Quindi per chi se lo fosse perso, o semplicemente se lo volesse rivedere noi ve lo riproponiamo.

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